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Mille Marchi Storici, il Made in Italy consolida il suo peso industriale tra identità, filiere e crescita

16/04/2026

Mille Marchi Storici, il Made in Italy consolida il suo peso industriale tra identità, filiere e crescita

Il traguardo dei 1000 Marchi Storici di Interesse Nazionale non ha soltanto un valore simbolico. Restituisce la misura concreta di una parte rilevante del sistema produttivo italiano, fatta di imprese che attraversano il tempo, mantengono un radicamento forte nei territori e continuano a generare occupazione, fatturato e riconoscibilità sui mercati. Secondo il rapporto “L’Italia dei 1000 Marchi Storici di Interesse Nazionale. Numeri, territori e prospettive di un patrimonio industriale del Made in Italy”, presentato il 15 aprile a Palazzo Piacentini in occasione della Giornata del Made in Italy, il Registro Speciale conta oggi 1000 marchi iscritti, riconducibili a 780 imprese titolari, per un volume d’affari complessivo di 93,6 miliardi di euro e 363.201 addetti. 

Il dato racconta una realtà che non appartiene alla nostalgia industriale, ma alla struttura viva dell’economia nazionale. A emergere è un patrimonio produttivo che tiene insieme storia e capacità competitiva, in cui la continuità del marchio non si traduce in immobilità, ma in una forma di autorevolezza costruita nel tempo. È in questo quadro che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha definito il raggiungimento dei mille marchi un passaggio che rafforza il senso stesso della Giornata del Made in Italy, sottolineando il contributo di generazioni di imprenditori alla costruzione dell’identità economica e manifatturiera del Paese.

Le filiere che sostengono il sistema e il primato del Nord manifatturiero

Il cuore economico del sistema è rappresentato dalle cosiddette “4 A” del Made in Italy — agroalimentare, automazione, abbigliamento e arredo — che da sole valgono 76,1 miliardi di euro, pari all’81,3% del totale rilevato dal rapporto. All’interno di questo perimetro spicca il peso dell’agroalimentare, che raggiunge 53,7 miliardi di euro e si conferma la filiera dominante in termini di fatturato. Sul piano settoriale, il Registro mantiene inoltre una natura marcatamente industriale: l’88% delle imprese opera nel manifatturiero, con agroalimentare e automazione-meccanica come principali pilastri numerici ed economici. 

La distribuzione territoriale conferma la centralità dei grandi poli produttivi del Nord. La Lombardia guida la classifica sia per numero di marchi, con il 28,3% del totale, sia per fatturato, con il 49,1%. Seguono Veneto e Piemonte, mentre Emilia-Romagna, Veneto e Toscana mostrano una forte incidenza delle filiere identitarie del Made in Italy, con le “4 A” vicine o superiori all’80% del proprio peso economico. Il dato, tuttavia, non fotografa una concentrazione esclusiva, ma un radicamento diffuso lungo tutta la penisola, segno che il patrimonio dei marchi storici è distribuito in modo capillare e continua a riflettere la pluralità produttiva italiana.

Il valore strategico del marchio e la sfida internazionale

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal rapporto riguarda il valore attribuito dalle stesse imprese al marchio storico. L’80% lo considera una leva strategica di massimo rilievo; il 70% lo inserisce nei materiali istituzionali e il 46% lo utilizza direttamente sul packaging. È il segno di una crescente consapevolezza: il marchio non è percepito soltanto come un’eredità da preservare, ma come uno strumento attivo di posizionamento, reputazione e differenziazione. I clienti, secondo quanto riportato nella presentazione del rapporto, esprimono un apprezzamento molto forte verso i prodotti delle imprese titolari di Marchio Storico, confermando che il valore dell’heritage continua a pesare nelle scelte di mercato.

Resta ancora limitato, invece, l’uso della versione internazionale “Italian Historical Trademark”, adottata finora dal 25% delle imprese. Ma il dato più significativo è un altro: quasi la metà delle aziende, il 46%, prevede di utilizzarla in futuro. Una tendenza che segnala la volontà di rafforzare la presenza sui mercati esteri e di impiegare il marchio anche come presidio contro l’Italian Sounding, tema particolarmente sensibile in una fase segnata da nuove tensioni commerciali e dal confronto sui trattati internazionali. 

Nuovi strumenti finanziari e prospettive di consolidamento

La presentazione del rapporto è stata anche l’occasione per illustrare un nuovo strumento finanziario collegato alla riforma del Fondo Salvaguardia Imprese, pensato come pilastro della strategia di crescita e consolidamento delle imprese titolari di Marchio Storico. Secondo quanto emerso durante l’evento, l’obiettivo è favorire una logica meno difensiva e più orientata allo sviluppo, anche attraverso operazioni di co-investimento e acquisizioni intra-filiera. Un cambio di impostazione che punta a rafforzare poli industriali fondati su marchi ad alta riconoscibilità, preservando al tempo stesso il valore territoriale e produttivo delle filiere.

Il superamento della soglia dei mille marchi restituisce dunque un’immagine nitida: i Marchi Storici non rappresentano una vetrina celebrativa del passato, ma una componente strutturale del presente industriale italiano. Il nodo, adesso, è accompagnare questo capitale identitario in una fase di trasformazione, sostenendone la visibilità, la capacità di fare sistema e la proiezione internazionale. È lì che si giocherà la loro competitività nei prossimi anni, ed è lì che il Made in Italy dovrà dimostrare di saper trasformare la propria storia in una leva concreta di futuro.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to