Spreco alimentare in calo, ma il conto resta alto: cosa dicono i dati 2026
05/02/2026
La riduzione dello spreco alimentare registrata in Italia all’inizio del 2026 rappresenta un segnale incoraggiante, ma non sufficiente a ridimensionare un fenomeno che continua a produrre effetti economici e sociali rilevanti. Secondo il Rapporto “Caso Italia 2026” dell’Osservatorio Waste Watcher International, nel mese di gennaio lo spreco settimanale pro capite è sceso da 617,9 grammi a 554 grammi rispetto alla rilevazione precedente. Tradotto nella quotidianità, significa circa 79 grammi di cibo buttati ogni giorno da ciascun cittadino, un dato che resta distante dagli obiettivi di riduzione fissati a livello europeo.
Se il miglioramento è misurabile, il peso complessivo dello spreco continua a essere imponente: oltre 13,5 miliardi di euro di valore economico e più di 5 milioni di tonnellate di cibo perse lungo la filiera. La quota più consistente resta quella domestica, con 7 miliardi e 363 milioni di euro, seguita dalla distribuzione e dall’industria alimentare. Numeri che spiegano perché il tema non possa essere confinato a una questione di comportamenti individuali.
Le differenze generazionali e territoriali
L’analisi del Rapporto evidenzia un divario netto tra generazioni. Le famiglie dei cosiddetti “boomers” mostrano la migliore performance, con uno spreco settimanale medio di 352 grammi pro capite, mentre le famiglie della generazione Z raggiungono quota 799 grammi. I millennials si collocano poco sotto, con 750 grammi, seguiti dalla generazione X a 478 grammi. Una distanza che rimanda a stili di vita diversi, ma anche a un rapporto meno strutturato con la gestione del cibo nelle fasce più giovani.
Dal punto di vista geografico, il Nord registra livelli più contenuti, con 516 grammi settimanali pro capite, mentre Centro e Sud presentano valori più elevati, rispettivamente 570,8 e 591,2 grammi. In cima alla classifica dei cibi più sprecati compaiono frutta fresca, verdura e pane, prodotti legati a una deperibilità elevata e a una gestione domestica spesso disorganica.
Le cause principali dello spreco restano di natura organizzativa: cattiva conservazione, dimenticanza e sovra-acquisto spiegano la maggior parte delle perdite. Tra i più giovani emergono inoltre fattori di “fragilità cumulative”, come la mancanza di tempo, la percezione dei costi e un ridotto senso di efficacia individuale.
Ristorazione, Donometro e il ruolo degli esercenti
Il Rapporto segnala un’evoluzione positiva nei comportamenti fuori casa. Otto italiani su dieci dichiarano che nel 2026 non sprecheranno cibo al ristorante, consumando tutto o portando a casa quanto avanzato. Il 93% dei clienti riceve senza imbarazzo il contenitore per l’asporto, e in sei casi su dieci è il ristoratore a proporre il recupero del cibo.
Dal 5 febbraio entra ufficialmente in funzione il Donometro, una nuova applicazione pensata per aiutare esercenti, famiglie e imprese a misurare e ridurre lo spreco. La piattaforma consente a bar, pasticcerie e piccoli esercizi di registrare con pochi passaggi le eccedenze alimentari ancora idonee al consumo, attivando un sistema di donazione tracciabile verso le associazioni beneficiarie. Un modello che punta a semplificare le procedure e a rendere strutturale il recupero del cibo invenduto.
Educazione alimentare e responsabilità di filiera
Sul tema è intervenuto Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe e vicepresidente vicario di Confcommercio, sottolineando la responsabilità del sistema della distribuzione e della ristorazione nel contrasto allo spreco. Stoppani ha richiamato l’importanza di investire nell’educazione alimentare delle giovani generazioni, affinché la consapevolezza si traduca in comportamenti concreti.
Secondo il presidente Fipe, anche il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco può rafforzare la percezione del cibo come bene culturale e sociale, favorendo un approccio più responsabile lungo tutta la filiera. Il sostegno a iniziative come l’Osservatorio Waste Watcher e al Donometro viene indicato come parte di una strategia più ampia, che richiede il coinvolgimento coordinato di produzione, trasformazione, distribuzione e consumatori.
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