Salicoltura marina, il Manifesto rilancia il settore e chiede il riconoscimento agricolo
06/04/2026
Con la presentazione del Manifesto della salicoltura marina nella sede di Confagricoltura, a Palazzo della Valle, si apre una fase nuova per un comparto che da tempo rivendica un riconoscimento pieno e coerente con la propria natura produttiva, territoriale e ambientale. L’incontro ha rappresentato un passaggio politico e culturale rilevante all’interno di un percorso avviato oltre due anni fa con la costituzione dell’ATS insieme alle saline marine e a Confagricoltura, nato con l’obiettivo di valorizzare il settore e di ottenerne l’inclusione nell’ambito delle attività agricole.
Il lavoro portato avanti in questo periodo, attraverso tappe in Sicilia, Puglia, Sardegna ed Emilia-Romagna, ha contribuito a consolidare una consapevolezza sempre più netta, sia presso le istituzioni sia nell’opinione pubblica: la salicoltura marina condivide con l’agricoltura elementi strutturali, funzioni economiche e responsabilità ambientali che rendono sempre meno giustificabile la sua collocazione ai margini del settore primario. Non si tratta, dunque, di una rivendicazione nominale, ma della richiesta di attribuire a questa attività un inquadramento capace di rifletterne il valore reale in termini di produzione, occupazione, tutela del paesaggio e sviluppo locale.
Il Manifesto e la richiesta di un cambio di paradigma
Al centro dell’iniziativa c’è un’idea precisa: il sale marino non può più essere considerato una semplice commodity, ma deve essere letto e valorizzato come una specialty, espressione di un territorio, di una cultura produttiva e di un equilibrio delicato tra lavoro umano e ambiente naturale. È questo il cambio di paradigma sancito dal Manifesto, articolato in nove punti che mettono in relazione identità, economia, ruralità, funzione ecosistemica e prospettiva futura del comparto.
Tra i principi richiamati emergono il legame tra sale marino, identità e vita, la necessità di una vocazione agricola moderna e multifunzionale, il valore del riconoscimento giuridico come motore di sviluppo, il ruolo delle saline come presidio naturale e ambientale, l’importanza del lavoro che plasma il paesaggio e la ruralità, il peso sociale ed economico che queste realtà esercitano nei territori e la funzione del salicoltore come garante dell’ecosistema. Il Manifesto si chiude con un patto per il domani: valorizzare la salicoltura significa, in sostanza, valorizzare il territorio che la ospita.
Il punto politico più rilevante è proprio questo. Riconoscere le saline marine come attività del settore primario significa consentire al comparto di accedere a strumenti oggi riservati all’agricoltura, a partire dalla gestione del rischio fino alla possibilità di un’eventuale certificazione di prodotto, che potrebbe passare soltanto attraverso il riconoscimento del Ministero dell’Agricoltura. Il nodo, quindi, non è formale ma sostanziale: senza una definizione giuridica adeguata, il settore continua a restare privo di leve decisive per rafforzare competitività e stabilità.
Un settore produttivo che unisce economia, paesaggio e lavoro
Alla giornata promossa da Confagricoltura hanno preso parte il presidente Massimiliano Giansanti, il direttore generale Roberto Caponi, i rappresentanti delle saline italiane Giacomo D’Alì Staiti per Sosalt, Bruno Franceschini per Atisale, Piero Galli per Isola Longa, Enrico Morgante per Conti Vecchi, insieme ai docenti universitari Saverio Russo e Giacomo Del Chiappa e al capo progetto Ciro Zeno. Il confronto si è arricchito anche del contributo internazionale portato dall’esperienza francese delle Salins du Midi, illustrata da Aude Yvon, che ha mostrato come il riconoscimento agricolo possa tradursi in un vantaggio concreto sotto il profilo competitivo.
L’esempio francese è stato richiamato anche per sottolineare un aspetto spesso trascurato: gli eventi climatici estremi colpiscono in modo diretto la coltivazione del sale. È accaduto recentemente in Sicilia con il ciclone Harry, come era avvenuto anni fa in Romagna con l’alluvione. In un contesto di crescente instabilità meteorologica, la possibilità di accedere agli strumenti di protezione e gestione del rischio tipici dell’agricoltura diventerebbe un elemento di tenuta fondamentale per le imprese del comparto.
C’è poi il tema del lavoro. Oggi i rapporti occupazionali nelle saline marine fanno riferimento a settori differenti e non omogenei tra loro. Secondo quanto emerso nel confronto, anche gli strumenti della contrattazione collettiva agricola potrebbero rappresentare un modello utile per uniformare regole, tutele e organizzazione del lavoro in un comparto che, pur condividendo caratteristiche comuni, continua a scontare una frammentazione normativa che ne indebolisce la struttura.
Territori, turismo e valore strategico della salicoltura italiana
Il Manifesto insiste anche sul legame profondo tra salicoltura, cultura gastronomica e attrattività territoriale. Le saline marine non producono soltanto sale: generano paesaggio, identità, itinerari turistici, pratiche sportive outdoor e flussi legati alla ricerca di natura, benessere e buona cucina. In molte aree italiane, la presenza delle saline rappresenta da decenni un punto di equilibrio tra attività produttiva e valorizzazione del territorio, con effetti concreti sull’economia locale e sull’immagine delle comunità coinvolte.
I numeri confermano che si tratta di un comparto di nicchia solo in apparenza. In Italia le saline marine coltivano quasi 10.000 ettari di territorio, pari a circa 100 chilometri quadrati, e generano una produzione annua di circa 1.200.000 tonnellate di sale su un totale nazionale di 4,2 milioni di tonnellate tra sale marino, salgemma e salamoia. Il valore medio della produzione di sale marino in Italia supera i 60 milioni di euro all’anno, mentre gli occupati sono circa 300. Su scala europea, la produzione complessiva di sale si attesta intorno ai 40 milioni di tonnellate, di cui circa il 10 per cento è costituito da sale marino.
Tra i protagonisti dell’iniziativa figurano Atisale Spa, con le saline di Margherita di Savoia e di Sant’Antioco, Saline Ing. Luigi Conti Vecchi nella laguna di Santa Gilla, Sosalt Spa tra Trapani e Marsala, il Parco della Salina di Cervia e Isola Longa nell’arcipelago dello Stagnone. A sostenere il percorso ci sono anche le saline di Trapani/Marsala Oro di Sicilia, Ettore e Infersa e Isola di Calcara. Realtà diverse per dimensione e collocazione geografica, ma accomunate dalla convinzione che il riconoscimento agricolo possa aprire una stagione nuova.
A margine dell’evento, il sottosegretario all’Agricoltura Patrizio La Pietra ha assicurato il massimo impegno del governo e si è detto ottimista rispetto a un possibile intervento legislativo. È un segnale politico atteso dal comparto, che ora chiede una risposta concreta. In questa direzione va anche la proposta di costituire una associazione nazionale della salicoltura marina, come evoluzione dell’attuale ATS creata con Confagricoltura. Un passaggio che servirebbe a dare rappresentanza stabile a un settore che vuole smettere di essere percepito come marginale e cominciare a essere considerato per ciò che è: un presidio produttivo, ambientale e culturale di valore strategico.
Il Manifesto presentato a Roma non chiude quindi un percorso, ma prova a renderlo irreversibile. La salicoltura marina chiede di essere riconosciuta nella sua natura profonda, quella di un’attività che produce ricchezza e al tempo stesso custodisce ecosistemi, paesaggi e saperi. In un tempo in cui la qualità del rapporto tra produzione e territorio è diventata centrale, il sale marino torna così a occupare uno spazio più ampio, più consapevole e più ambizioso nel racconto dell’economia italiana.
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Content writer con esperienza in attualità, cronaca e tecnologia scrive notizie da 10 anni, amo correre