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Pensioni, il report Unimpresa: sostenibilità del sistema “ancorato” agli automatismi

26/01/2026

Pensioni, il report Unimpresa: sostenibilità del sistema “ancorato” agli automatismi

La discussione sulle pensioni tende a oscillare tra allarme e rassicurazione, spesso senza distinguere ciò che dipende dall’onda demografica e ciò che, invece, è già incorporato nelle regole. L’analisi del Centro studi di Unimpresa, basata sui dati della Ragioneria generale dello Stato e sulla Nota di aggiornamento 2025, colloca il tema su un terreno meno emotivo e più misurabile: il sistema italiano, pur sotto pressione per l’invecchiamento, mostra una traiettoria di medio-lungo periodo che regge, con un aumento temporaneo del rapporto spesa/PIL legato all’uscita dal lavoro delle generazioni del baby boom e un rientro strutturale negli anni successivi.

Spesa pensionistica e PIL: il profilo della “gobba” demografica

Il rapporto tra spesa pensionistica e PIL fotografa bene la dinamica. Dopo il picco eccezionale del 16,9% nel 2020, influenzato dalla crisi pandemica, la quota scende al 14,9% nel 2022 e poi risale al 15,3% nel 2023-2024, spinta anche dall’indicizzazione resa necessaria dall’inflazione. Da lì, secondo lo scenario di base, la curva si muove verso un massimo del 17,1% nel 2042-2043: un livello elevato, ma coerente con un passaggio generazionale già previsto e, soprattutto, governato da regole che non si attivano “a discrezione”, bensì in modo automatico.

La parte più significativa arriva dopo: la previsione non descrive un sistema che resta inchiodato al picco, ma un graduale rientro al 16,0% nel 2050, al 14,1% nel 2060 e al 14,0% nel 2070, su valori sostanzialmente allineati a quelli pre-pandemia. È un punto che pesa anche nel dibattito politico, perché sposta l’attenzione dalla ricerca di interventi emergenziali alla gestione ordinata di una fase transitoria, evitando di scambiare la “gobba” demografica per una crisi permanente.

Mercato del lavoro e produttività: la base contributiva come variabile decisiva

Sul lato macroeconomico e occupazionale, le proiezioni richiamate da Unimpresa indicano un rafforzamento della base contributiva: il tasso di attività 15-64 anni è atteso salire dal 66,7% del 2024 al 71,3% nel 2070; nella fascia 20-69 anni, più vicina alla popolazione effettivamente in età lavorativa nel lungo periodo, il tasso di attività raggiunge il 74,5% e quello di occupazione il 70,4%, con incrementi superiori agli 8 punti percentuali. Se questa traiettoria si realizza, il sistema previdenziale beneficia di un doppio sostegno: più persone al lavoro e, quindi, più contributi, insieme a un rapporto pensioni/occupati che tende a riequilibrarsi dopo la fase di massima pressione.

Anche la produttività per occupato è proiettata in crescita fino all’1,4% nel 2045, con una tenuta all’1,2% nella parte finale dell’orizzonte; non è un dettaglio tecnico, perché la sostenibilità non dipende soltanto dai parametri previdenziali, ma anche dalla capacità dell’economia di generare reddito e, quindi, base imponibile e contributiva.

L’“ancora” degli automatismi: cosa accadrebbe se venissero bloccati

Il report insiste su un elemento spesso sottovalutato: il pieno funzionamento dei meccanismi automatici di adeguamento dei requisiti di pensionamento e dei coefficienti di trasformazione alla speranza di vita. Nelle simulazioni di sensitività, l’assenza di questi automatismi cambia il quadro: la spesa pensionistica arriverebbe al 18,0% del PIL nel 2042 e resterebbe al 15,7% nel 2070; il debito pubblico aumenterebbe fino a 36 punti di PIL nel lungo periodo, che diventerebbero 58 punti se si bloccassero anche i coefficienti di trasformazione. L’architettura vigente, in questa lettura, evita proprio la deriva “a somma” tra demografia e finanza pubblica, trasformando l’invecchiamento in un fattore gestibile, non in una condanna.

Il bilancio complessivo delle riforme dal 2004 in poi viene quantificato in una riduzione cumulata dell’incidenza della spesa pensionistica superiore a 60 punti di PIL al 2060, con oltre un terzo attribuibile all’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita: numeri che spiegano perché, oggi, la discussione non ruoti più tanto sull’esistenza o meno di regole di contenimento, quanto sulla loro tenuta politica e sulla capacità del Paese di accompagnarle con crescita, partecipazione al lavoro e produttività.

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Elena Scopece

Laureata in Psicologia, ama scrivere articoli di filosofia, salute e benessere. Amante dei viaggi in solitaria.