“La donna in divenire”, a Firenze vent’anni di fotografia di Mojgan Razzaghi
10/04/2026
Una mostra che attraversa il tempo, la memoria e la trasformazione, scegliendo la fotografia come spazio di testimonianza e di interrogazione del presente. “Mojgan Razzaghi - La donna in divenire: vent’anni di fotografia”, inaugurata il 21 marzo in coincidenza con il Nowruz, il Capodanno iraniano, porta a Firenze un percorso espositivo di forte intensità civile e artistica, capace di legare la vicenda individuale di un’autrice a una riflessione più ampia sulla condizione femminile, sull’identità e sulla possibilità dell’immagine di farsi racconto storico.
L’esposizione, curata da Merry Razavi e promossa dall’Associazione Culturale VIA, con il patrocinio della Città Metropolitana di Firenze e di Palazzo Medici Riccardi, si sviluppa come una retrospettiva che ripercorre oltre vent’anni di produzione artistica di Mojgan Razzaghi. Non si limita però a raccogliere opere distribuite nel tempo. Costruisce piuttosto una narrazione coerente e stratificata, nella quale la ricerca visiva dell’artista diventa strumento per leggere tensioni profonde, conflitti interiori, forme di resistenza e traiettorie di emancipazione che attraversano la vita delle donne, in Iran e oltre.
Una ricerca fotografica tra storia, identità e resistenza
Il cuore della mostra sta nella sua capacità di tenere insieme due dimensioni solo apparentemente distanti: quella della biografia individuale e quella della storia collettiva. Le fotografie di Mojgan Razzaghi restituiscono infatti un percorso che si misura con la condizione femminile iraniana, ma lo fanno senza rinchiuderla in una cornice esclusivamente nazionale o geografica. L’esperienza delle donne, nelle immagini esposte, assume una forza universale, fatta di restrizioni, pressioni culturali, dispositivi di controllo, ma anche di resilienza, mutamento e continua ridefinizione di sé.
Il titolo stesso, “La donna in divenire”, suggerisce una visione non statica dell’identità femminile. Non un’immagine fissata una volta per tutte, ma una soggettività in trasformazione, attraversata da tensioni e possibilità. In questo senso la fotografia non viene usata come semplice mezzo documentario, ma come linguaggio capace di restituire complessità, di trattenere le contraddizioni e di aprire spazi di interpretazione. Il lavoro sviluppato da Razzaghi nell’arco di oltre due decenni assume così il valore di un’indagine profonda sul modo in cui i corpi, i volti e i gesti possono raccontare insieme vulnerabilità e forza.
Il dialogo tra arte contemporanea e memoria storica a Palazzo Medici Riccardi
La scelta della Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi come sede dell’esposizione aggiunge un ulteriore livello di lettura al progetto. In uno spazio segnato da una forte stratificazione storica, la mostra apre un confronto tra passato e presente, tra il peso della memoria e l’urgenza del contemporaneo. È dentro questo contesto che le immagini di Razzaghi trovano una collocazione particolarmente efficace, perché invitano il pubblico a misurarsi con l’arte non come ornamento, ma come strumento critico, capace di mettere in discussione sguardi consolidati e di restituire voce a storie spesso marginalizzate.
L’esposizione offre infatti un dialogo costante tra dimensione personale e collettiva, e sollecita una riflessione sul ruolo dell’arte contemporanea come testimonianza, presa di posizione e costruzione di consapevolezza. In tempi nei quali il rapporto tra libertà, rappresentazione e identità torna con forza al centro del dibattito pubblico, una mostra di questo tipo assume un valore che va ben oltre l’interesse specialistico. Diventa occasione di confronto interculturale e di lettura critica del presente.
Una mostra che invita al dialogo oltre i confini culturali
Visitabile fino al 12 aprile 2026, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18, la mostra si presenta così come un’esperienza che unisce qualità artistica e densità civile. La sua forza sta nel non cercare scorciatoie emotive, ma nel proporre immagini capaci di chiedere tempo, attenzione e disponibilità all’ascolto. Il pubblico viene accompagnato dentro un percorso che interroga il rapporto tra libertà e controllo, tra identità e rappresentazione, tra ciò che una società permette di vedere e ciò che invece tende a occultare.
A conclusione del cammino espositivo, “La donna in divenire” si lascia leggere come molto più di una retrospettiva. È un invito alla consapevolezza, una proposta di dialogo e un attraversamento del presente attraverso lo sguardo rigoroso e sensibile di un’artista che usa la fotografia per oltrepassare confini geografici e culturali. In questo sta forse il tratto più riuscito della mostra: ricordare che l’immagine, quando è sorretta da una ricerca autentica, non si limita a mostrare, ma aiuta a comprendere.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to