Energia, Unimpresa: prezzi stabili nel 2026 ma la variabile Iran pesa sui mercati
23/02/2026
Prezzi sotto controllo, con margini di oscillazione legati all’evoluzione del quadro geopolitico. È questa la sintesi dell’analisi diffusa dal Centro studi di Unimpresa sui mercati energetici nel secondo trimestre 2026, con particolare attenzione alle tensioni tra Stati Uniti e Iran e ai possibili riflessi su petrolio e gas.
Lo scenario di base delineato dagli analisti è improntato alla cautela. Per il Brent viene stimata una media intorno ai 66 dollari al barile, con un limite superiore difficilmente oltre i 77-78 dollari in assenza di escalation militare. Per il gas europeo scambiato al TTF la previsione si attesta sui 32 euro per MWh, con eventuali fiammate temporanee legate più alla volatilità finanziaria che a reali carenze di offerta.
L’ipotesi centrale presuppone il raggiungimento di un accordo sul contenimento nucleare tra Washington e Teheran, senza interruzioni significative del transito nello Stretto di Hormuz né contrazioni strutturali della produzione regionale. In questo contesto, l’ampia capacità produttiva inutilizzata e la crescente flessibilità del mercato globale del GNL rappresentano fattori di compensazione rispetto a possibili riduzioni temporanee delle esportazioni.
Scenario avverso: tensioni su Hormuz e fiammate dei prezzi
Il quadro cambia in caso di fallimento dei negoziati e di attacchi mirati contro obiettivi iraniani. In questa previsione di rischio, Unimpresa ipotizza una riduzione temporanea del 10-20% dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, più per rallentamenti precauzionali che per un blocco strutturale.
In un mercato petrolifero oggi caratterizzato da eccesso di offerta, il Brent potrebbe attestarsi su una media compresa tra 72 e 76 dollari nel trimestre interessato, con picchi iniziali tra 85 e 92 dollari. Il gas europeo, in parallelo, potrebbe registrare una media tra 37 e 42 euro per MWh, con punte comprese tra 48 e 62 euro. Un aumento sensibile, ma distante dalle tensioni registrate nella fase più acuta della crisi energetica post-2022.
Solo in un’ipotesi estrema – conflitto prolungato per 3-6 mesi, coinvolgimento regionale allargato e tentativo di chiusura temporanea completa dello Stretto – si configurerebbe uno shock marcato. Anche in questo caso la sostenibilità tecnica di una chiusura totale sarebbe limitata a non oltre 15 giorni, grazie alla presenza di infrastrutture alternative. Tuttavia, l’effetto psicologico sui mercati potrebbe spingere il Brent fino a 118-122 dollari al barile, con una media trimestrale intorno a 97 dollari, mentre il gas europeo potrebbe toccare picchi di 82 euro per MWh, con una media di circa 52 euro.
Italia più resiliente, ma la geopolitica resta decisiva
Secondo il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, il quadro va letto con prudenza ma senza allarmismi. Il sistema energetico europeo e italiano appare oggi più diversificato e meno esposto a shock unidirezionali rispetto al passato. L’Italia ha rafforzato la propria sicurezza energetica attraverso nuove infrastrutture per il GNL e una maggiore diversificazione delle forniture, mentre le misure nazionali di contenimento dei prezzi contribuiscono a limitare gli effetti della volatilità globale su imprese e famiglie.
Resta tuttavia centrale la variabile geopolitica. La stabilità dei prezzi dipenderà dalla capacità delle diplomazie di trasformare la pressione militare in un accordo credibile e verificabile. In assenza di un’escalation, il mercato globale, caratterizzato da un’offerta abbondante e da una maggiore flessibilità logistica, dovrebbe assorbire eventuali tensioni senza generare shock strutturali.
La prospettiva per il 2026 è dunque quella di una resilienza cauta: prezzi gestibili, ma inseriti in un contesto internazionale in cui la volatilità rappresenta una componente strutturale e non un’eccezione.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to