Addio a Valentino Garavani: l’omaggio di Unimpresa e la lezione per il made in Italy
26/01/2026
La morte di Valentino Garavani, avvenuta a Roma il 19 gennaio 2026 all’età di 93 anni, chiude una stagione irripetibile dell’alta moda italiana, quella in cui la couture ha saputo farsi linguaggio internazionale senza perdere l’accento romano, la disciplina dell’atelier e la cura maniacale del dettaglio. Nei giorni successivi, la città lo ha salutato con cerimonie pubbliche e un funerale che ha riunito figure centrali del mondo della moda e della cultura, confermando quanto Valentino fosse diventato, nel tempo, un simbolo trasversale: non soltanto una maison, ma un’idea di eleganza riconoscibile e immediata.
In questo clima si inseriscono le parole del presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, che ha definito la scomparsa dello stilista una perdita “molto più” ampia di quella di un grande creatore: un vuoto culturale e produttivo, legato alla capacità di Valentino di trasformare una visione estetica in un’impresa stabile, capace di dare lavoro, valore e reputazione al Paese.
L’eleganza come identità nazionale: perché Valentino ha contato oltre la moda
Il tratto che rende Valentino una figura “nazionale” non sta soltanto nelle silhouette, nelle passerelle o nel celebre rosso che ha finito per diventare un codice a sé. Sta nell’aver costruito un metodo: misura, armonia, rigore, continuità. Un lessico estetico che, nella percezione globale, ha contribuito a rendere il made in Italy più di un’etichetta commerciale: un marchio di fiducia, associato a qualità, artigianato, cultura del bello. È l’aspetto che Longobardi sottolinea quando parla di “rappresentazione alta” della bellezza italiana, come se l’abito fosse un modo ordinato di raccontare un Paese.
La storia personale e professionale di Valentino, del resto, coincide con l’ascesa internazionale della moda italiana del secondo Novecento: clienti iconiche, riconoscimenti, un’idea di lusso che non ha mai cercato l’effetto facile. Anche dopo il ritiro dalle passerelle, la sua influenza è rimasta intatta, alimentata da un immaginario fatto di atelier, prove, tessuti, cerimoniale del mestiere.
La lezione per le imprese: valore nel tempo, qualità e visione organizzativa
La parte più interessante della dichiarazione di Unimpresa è quella che sposta il discorso dal lutto alla pratica economica: “costruire valore nel tempo”, investire sulla qualità, difendere l’identità senza inseguire l’effimero. In altre parole, la moda come caso di scuola per un Paese di piccole e medie imprese, dove la competitività non nasce soltanto dai volumi, ma dalla reputazione e dalla capacità di stare sul mercato mantenendo coerenza.
La traiettoria di Valentino mostra anche un punto spesso ignorato: la creatività, per diventare sistema, ha bisogno di organizzazione. Longobardi lo dice in modo esplicito, riconoscendo allo stilista la capacità di tenere insieme visione artistica e impresa, artigianato e struttura, talento individuale e patrimonio collettivo. È un messaggio che parla al tessuto produttivo italiano in senso ampio: il “genio” resta fragile se non si traduce in filiere, competenze, investimenti, continuità generazionale.
Nel commiato a Valentino, dunque, si incrociano tre piani: l’arte, l’industria e l’identità. E proprio questa sovrapposizione spiega perché la sua scomparsa sia stata letta, anche fuori dal perimetro della moda, come un passaggio di epoca.
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